Saggi

La semantica dell’ “altra lingua”. Leopardi e le risorse del francese

 

Francesca Romana Andreotti
Università per Stranieri di Siena
fra.andreotti@gmail.com


 

Il francese – inteso nel suo complesso di sistema linguistico-culturale, e in modo particolare nella sua codificazione filosofico-letteraria, quale insieme di moduli, generi e testi – è la sola lingua moderna (praticata dal poeta in tutte le sue forme) che abbia svolto un ruolo cruciale nel pensiero e nell’opera di Giacomo Leopardi, dai primissimi anni della sua formazione filosofica e letteraria fino alla sua ultima produzione. Lungo l’intero corso del serrato e profondo colloquio che il poeta intrattiene con questa lingua-cultura, essa si configura come costante e irrinunciabile termine di riferimento e, nel contempo, misura di una alterità radicale, paradigma di una difformità assoluta in perfetta opposizione con il modello linguistico-letterario che il Leopardi poeta e filosofo viene delineando. In tale architettura, la lingua francese – moderna per eccellenza – si trova rispetto alla italiana – prima tra le moderne e materna, dunque per il poeta antica sul piano biografico, oltre che su quello storico – in una relazione complessa e irrisolta: continuamente oscillante tra sorellanza e avversione, tra somiglianza e differenza per essere «tanto mutata dalla sua madre» e, tra le sorelle, quella più «sformata e diversificata dalla sua origine» 1 . Proprio questa ambivalente duplicità, che si conserverà sempre nell’economia della teorica leopardiana, rende il francese a un tempo il costante bersaglio polemico sul piano ideologico e la più feconda e capillare risorsa eteroglotta su quello compositivo.

Alla fisionomia di questa lingua-cultura – nei suoi elementi fonetici, lessicali, grammaticali così come nelle strutture sintattiche, nelle forme retoriche e stilistiche – il poeta informa il paradigma di un’alterità linguistica di prossimità, ossia non irrevocabilmente distanziata nell’inarrivabile dimensione dell’Antico che – appunto per l’«irriducibile alterità di quel mondo rispetto alla condizione (e alla lingua) moderna» 2 – rimane inevitabilmente esclusa dalla possibilità di una vera relazione interlinguistica. È, infatti, in quanto lingua viva, attiva e operante quale modello linguistico attuale – con il suo portato storico e politico-culturale (dimensione caratterizzante ogni lingua viva e cruciale nella riflessione leopardiana) – che il francese viene a incarnare il corpo vivo dell’“altra lingua per eccellenza. In questo senso, il francese ha rappresentato per Leopardi la sola risorsa realmente disponibile per quello scambio interlinguistico – possibile solo se i sistemi coinvolti, pur nella loro asimmetria, sono tra loro comparabili – che è fondamento di ogni atto poetico e, come già intuì Gentile, «condizione d’ogni pensare e d’ogni apprendere» 3 . Nonché quindi – aggiungeremmo con Henri Meschonnic – di ogni scrittura, in quanto pratica improntata, al pari di quella traduttiva, da una fondamentale «attività translinguistica» 4 . Come Leopardi aveva profondamente inteso – condensando questo essenziale, intimo nesso fra scrivere e tradurre nel concetto di imitazione – il lavoro di traduzione «comincia davvero – dopo l'indispensabile lettura – con l'operazione e la compromissione della scrittura.» 5 . In tale relazione stretta, costitutiva fra traduzione e rifacimento (per riprendere i termini fortiniani), si dà infatti un punto di osservazione privilegiato sull’agire delle risorse dell’altra lingua in quella materna, nelle sue varie forme. Questo è ancor più vero in una scrittura – come quella leopardiana – in cui inestricabile risulta il legame fra testo, pensiero del testo e quella particolare attività di esegesi, la traduzione, che consiste nel rinnovarne l’esperienza nel tempo e nello spazio. Su «le rôle unique, et méconnu, de la traduction comme révélateur de la pensée du langage et de la littérature», ha insistito il già citato Henri Meschonnic 6 . La traduzione, in questo senso, non è però da intendersi quale «atto tecnico» o «arte» 7 bensì nel più ampio quadro di una poetica e di una epistemologia della scrittura, interessate più che all’“oggetto-enunciato” (il testo chiamato “traduzione”) al processo stesso dell’enunciazione che ne sottende la costituzione nel suo farsi. Tradurre significa allora ricreare nell’altra lingua non un oggetto inerte (significato/significante) ma una relazione dinamica: quella che lega, nella lingua di partenza, riflessi e rifrazioni del senso, ascolto e suggestioni dei suoni, respiro ritmico, richiami e rispondenze interne di varia natura. In questo consiste l’essenza profondamente dialogica della traduzione e quel processo di «trasformazione inevitabile» che la sostanzia, per il quale Jean-Charles Vegliante ha coniato il termine tra(ns)duzione 8 . Esso richiede al traduttore un doppio linguaggio che gli consenta di (ri)trovare, nella selva dell’altra lingua, nello scenario difforme dal familiare che essa presenta, il filo di quel rapporto dialettico da ricostituire 9 . Si rende allora necessario estendere i confini dell’indagine – per dirla con Vegliante – «dal monosistema al polisistema e, più precisamente, al bi-plurilinguismo, in realtà sempre in atto nella traduzione testuale» 10 . Tale condizione (o sensibilità) di bi-plurilinguismo propria del traduttore – come di ogni scrittura nascente in uno spazio semantico conteso tra più lingue – riflette una sorta di doppio linguaggio (o lingua doppia)che, trascorrendo da un codice all’altro, approda, infine, «a un senso attraverso il movimento stesso, nella lingua» . Non si tratta tuttavia di una “competenza” tecnica acquisita quanto, piuttosto, «di intuizione (cioè di immagine), di imitazione (mimo), di immedesimazione in un processo» 12 che – spiega Vegliante – «consente di intuire, nel loro (e dal loro) confronto, i processi di formazione dei segni diversi» 13 . Essa si esprime nella capacità di trascorrere da un codice all’altro, di «ripercorrere a ritroso il cammino dell'atto di linguaggio, per arrivare fino al “quasi indistinto” [n.d.r. del pre-linguistico] (risalendo poi verso l'altro segno linguistico)» 14 e ri-creare, con i segni e i suoni propri della lingua d’approdo. Poiché, come ci ricorda Antonio Prete, tradurre significa sempre «portare la parola dell’altro […] nel cuore della propria esperienza» 15 . È anche questo che il tradurre ha in comune con lo scrivere.

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Si è ricordato lo stretto nodo che lega, nella scrittura leopardiana, pratica della traduzione, poesia e metalinguaggio, scavo esegetico, forme d’intertestualità, imitazione e finzione creativa. Molti studiosi, tra i quali due grandi poeti e fini esegeti come Franco Fortini e Edoardo Sanguineti 16, ne hanno illuminato i molteplici aspetti e implicazioni. Il rapporto con la lingua francese, e con le forme di scrittura ad essa collegate, hanno certamente offerto un terreno privilegiato per l’osservazione e l’approfondimento di questa fondamentale dimensione del comporre leopardiano. Per la ricchezza e varietà dei modi, delle tipologie testuali, degli ambiti conoscitivi e tematici esplorati, della qualità degli esiti letterari, tale rapporto risulta paragonabile soltanto a quello intrattenuto dal poeta con le lingue classiche – il greco e il latino – possedendo però, rispetto a esse, le specificità – come si è detto – di una lingua non soltanto viva ma moderna per eccellenza.

Numerose e significative sono le tracce affioranti nell’opera leopardiana di questo particolare scambio – o passaggio – nell’entre-deux di lingue geneticamente affini, come l’italiana e la francese. Quest’ultima, infatti, ha nutrito, nelle pagine dello Zibaldone come in altri testi, la riflessione teorica intorno alle lingue e alla traduzione, ma soprattutto, per ciò che qui maggiormente interessa, ha sotteso la genesi linguistico-testuale in un’ampia gamma di generi e momenti diversi della produzione leopardiana: dalla scrittura poetica, filosofica e saggistica a quella autobiografica ed epistolare, come avremo modo di vedere meglio più avanti.

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Primo e più evidente frutto della relazione linguistico-culturale con il francese sono le traduzioni: gli epigrammi, risalenti agli anni puerili (1811-12) 17 , e quella breve quanto raffinata Imitazione (strofe di tredici versi endecasillabi e settenari liberamente intrecciati), di lunga e complessa gestazione, inserita dal suo autore nel libro dei Canti a partire dall’edizione del 1835, che è una libera traduzione (o traduzione-rifacimento) della quasi altrettanto breve favola poetica La feuille di Antoine-Vincent Arnault (1766-1834).

Questa relazione tocca inoltre alcuni importanti snodi della teorica leopardiana intorno alle lingue e al passaggio interlinguistico: riflessioni che nella maggior parte dei casi muovono dalla concreta esperienza compositiva dello scrittore (Zibaldone) e dalla sua stessa pratica traduttiva, come nel caso del Discorso preliminare sopra l’epigramma (1812) – allegato alla traduzione dal greco, dal latino e dal francese di 39 epigrammi – o del Discorso sopra Mosco (1815), che accompagna la coeva traduzione delle poesie del lirico greco.

Infine, la scrittura in proprio – le cui prime prove risalgono al 1811 (registrate nella stentata dedicatoria della tragedia La virtù indiana, offerta al padre per il Natale di quell’anno) e si protraggono fino al 1837 (con la nota francese, contenente istruzioni per la progettata e mai realizzata edizione parigina delle Operette morali e dei Canti,inviata a Louis De Sinner il 2 marzo di quell’anno) – testimoniata da circa una decina di lettere, integralmente o parzialmente composte in lingua francese, alcune delle quali (si pensi ad esempio alla corrispondenza intrattenuta con André Jacopssen e con il De Sinner) particolarmente notevoli per qualità stilistica e spessore filosofico.  

Sul filo dei testi è dunque possibile seguire l’articolato itinerario attraverso il quale Leopardi, dal solitario e silenzioso apprendimento della lingua francese – la cui unica voce fu, almeno fino al ’22, quella del precettore alsaziano Antoine Vogel 198 (a Recanati dal 1814) –, dai primi tentativi di scrittura e dalle traduzioni puerili giunge alla fondamentale esperienza del primo soggiorno romano (tra il novembre 1822 e il maggio 1823), durante il quale la sua pratica della lingua (tramite la frequentazione dei salotti dove la conversazione era in francese, come testimoniato da lui stesso in alcune lettere) si arricchisce di quella fondamentale dimensione orale e sociale che le era fino ad allora mancata. È in quel periodo, inoltre, che prenderà avvio il denso colloquio a distanza che lo legherà, attraverso un non copioso ma molto significativo carteggio in francese, con alcuni importanti studiosi e letterati europei (come Friederich Whilelm Thiersch, André Jacopssen, Louis De Sinner e il suo allievo Charles Lebreton).

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Ma non a caso a quel periodo sono collegati, oltre a quelli già menzionati, anche molti testi appartenenti a quella che, da un punto di vista linguistico, risulta la modalità di risemantizzazione più interessante. Essa consiste nell’inserimento e riuso semantico, nel tessuto di testi composti interamente in italiano, di parole o espressioni francesi che, solo in rarissimi casi sono individuabili come forestierismi (tecnicismi, espressioni fisse o vocaboli entrati nell’uso comune dell’italiano).
 In controtendenza rispetto alla moda del tempo, il consistente impiego del francese da parte dell’autore non si tinge di una connotazione stilistica in rapporto, per esempio, a criteri di prestigio linguistico. Anche laddove la lingua prima avrebbe avuto in sé risorse lessicali adeguate, alternative al termine esotico, il ricorso a tale termine non assume i contorni di un prestito di lusso, ossia sostanzialmente superfluo, ma conserva sempre, a ben guardare, motivazioni di natura semantica. E ciò appare vero non soltanto quando l’espressione straniera è adottata contestualmente o in relazione al costituirsi di un nuovo referente concettuale od oggettuale, bensì anche quando decisivi, per la scelta del vocabolo straniero, risultino tratti formali quali la sua efficacia e immediatezza definitoria o fonoespressiva (come in tutti quei casi di semi-autonomia del significante), cosicché, nel complesso e in senso lato, non pare peregrino parlare di prestiti di necessità. A riprova di ciò, si potrà osservare che, nella quasi totalità delle occorrenze, si tratta di prestiti “integrali” (cioè “non integrati” o “non adattati”, che dir si voglia): nella grande maggioranza dei casi, cioè, i vocaboli stranieri sono introdotti nella loro forma originaria, ossia con sequenza di fonemi e morfemi estranei all’italiano, senza alcuna assimilazione morfologica. Molto spesso – coerentemente con la generale tendenza, ampiamente rilevata dalla critica, della prosa leopardiana all’accumulazione lessicale 19 – tali unità lessicali si trovano giustapposte in comparazioni interlinguistiche – all’interno di endiadi, dittologie, trittologie o catene lessicali più vaste – a lessemi italiani con i quali vengono a istituire relazioni di sinonimia (attraverso la precisazione di alcune accezioni o l’accentuazione di sue particolari sfumature) ovvero di antinomia. L’arricchimento semantico dell’intero testo – derivante dalla particolare interazione che il lessema francese attiva nel cotesto italiano, con effetti di amplificazione, espansione o slittamento semantici, ibridando il proprio campo lessicale originario con quello delle parole italiane con cui è correlato – è misurabile nello scarto (o diverse modulazioni) che si produce tra i valori e il campo semantico propri del termine francese all’interno del sistema linguistico di partenza, da una parte, e, dall’altra, quello che essi acquisiscono in virtù della loro attualizzazione nel contesto linguistico italiano.

In un corpus di testi rappresentato prevalentemente dallo Zibaldone, dall’Epistolario, da alcuni discorsi – quello preliminare sopra l’epigramma (1812) e quello sopra Mosco (1815), già menzionati, e il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani (1824) – e da testi minori, si contano circa duecento occorrenze francesi – tra sostantivi, verbi, aggettivi, avverbi, locuzioni ed espressioni idiomatiche. Di queste, oltre centocinquanta si trovano nel solo Zibaldone, distribuite in un arco temporale di circa una decina d’anni: dalle pagine non datate – che occupano pressappoco lo spazio di un biennio (dalla fine del 1817 al 1819) – all’aprile del ’29 (che reca l’ultima attestazione), in sostanziale coerenza con l’andamento generale e i ritmi della scrittura diaristica 20 .

Tale consuetudine compositiva – che l’autore riserva, in misura significativa, soltanto al greco, al latino e, tra le lingue moderne, appunto al francese – si manifesta dunque in maniera assidua, senza mai cessare completamente, nell’arco di circa una ventina d’anni (1817-1837), attraversando una notevole varietà di testi e sviluppandosi in parallelo all’attività traduttiva, di cui costituisce una sorta di laboratorio. È proprio tale pratica compositiva – dalla forte valenza sperimentale e conoscitiva – a costituire il tessuto connettivo ‘sotterraneo’ che congiunge la prima fase di “balbettamento in lingua straniera” (attestata fino a tutto il 1817 almeno) alla straordinaria svolta qualitativa del ’22-’23 (a cui si è già accennato).

In questa peculiare modalità rientrano, per esempio, alcune lettere italiane, per lo più inviate a familiari e composte durante il primo soggiorno romano (tra il dicembre 1822 e l’aprile 1823) ma anche in periodi successivi (a Milano e Bologna nel ’25-’26, a Firenze nel ’27 e nel ’31, nel ’32 in occasione del secondo soggiorno romano). Sempre legato a quel periodo è un testo – del tutto particolare nel panorama della produzione leopardiana e anche in relazione alla pratica compositiva che qui ci interessa – ossia il frammento autobiografico [Supplemento] alla Vita abbozzata di Silvio Sarno composto, secondo le datazioni proposte da fini studiosi quali Emilio Pasquini e Franco D’Intino, proprio a Roma nel ’22-’23. Il frammento registra l’unica occorrenza – in tutta l’opera leopardiana – di una locuzione prepositiva francese estremamente interessante, oltre che per l’insolita tipologia grammaticale, per la ricchezza dell’apporto semantico prodotto all’interno del testo italiano.

Infine, viva e ben percepibile è, anche per quanto concerne le peculiari tracce lessicali francesi, l’eco della prima esperienza romana 21 nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani (composto tra la primavera e l’estate del 1824 ma preparato fin dal ’21), «estremo tentativo», come ha osservato Marco Dondero, «di rivolgere al pubblico “discorsi” in cui la propria visione della società fosse espressa in forma diretta ed esplicita, non mediata da filtri ironici o satirici» 22 .

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Quanto alla natura e alle ragioni di questa pratica, è Leopardi stesso a illustrare, nelle prime pagine dello Zibaldone, l’uso peculiare che egli fa delle risorse lessicali eteroglotte, rivelando da subito la dimensione di plurilinguismo inerente, prima ancora che allo scrivere, al pensare (attività che per il poeta sono quasi una sola). Il passo in questione si trova alla pagina 95 (dunque ancora non datata) dell’autografo:

«Il posseder più lingue dona una certa maggior facilità e chiarezza di pensare seco stesso, perchè noi pensiamo parlando. Ora nessuna lingua ha forse tante parole e modi da corrispondere ed esprimere tutti gl'infiniti particolari del pensiero. Il posseder più lingue e il potere perciò esprimere in una quello che non si può in un'altra, o almeno così acconciamente, o brevemente, o che non ci viene così tosto trovato da esprimere in un'altra lingua, ci dà una maggior facilità di spiegarci seco noi e d'intenderci noi medesimi, applicando la parola all'idea che senza questa applicazione rimarrebbe molto confusa nella nostra mente.

Trovata la parola in qualunque lingua, siccome ne sappiamo il significato chiaro e già noto per l'uso altrui, così la nostra idea ne prende chiarezza e stabilità e consistenza e ci rimane ben definita e fissa nella mente, e ben determinata e circoscritta.
Cosa ch'io ho provato molte volte, e si vede in questi stessi pensieri scritti a penna corrente, dove ho fissato le mie idee con parole greche francesi latine, secondo che mi rispondevano più precisamente alla cosa, e mi venivano più presto trovate. Perchè un'idea senza parola o modo di esprimerla, ci sfugge, o ci erra nel pensiero come indefinita e mal nota a noi medesimi che l'abbiamo concepita. Colla parola prende corpo, e quasi forma visibile, e sensibile, e circoscritta» 23 .

Questa ricerca di precisione, economicità, aderenza, brevità, prontezza e rapidità – dichiarata dal poeta ragione motivante il ricorso all’altra lingua – si rivela dunque, e fin dall’inizio, tensione fondamentale della scrittura leopardiana. Ma, al contatto con l’altra lingua, la parola e il testo sprigionano potenzialità semantiche, talora al di là delle stesse intenzioni dell’autore: una sorta di effetto di risonanza che – entrando più o meno consapevolmente nella genesi del testo –, spiega Vegliante, «permet d’échapper à la paralysie des impossibilités sémantiques et de comprendre du point de vue du systèmes – non en terme de profit et perte – comment la traduction constitue un accroissement de la langue» 24 . In tale margine interlinguistico affiora infatti un «senso nascente» che porta con sé – per dirla ancora con Vegliante – «toutes les formes possibles pour les deux systèmes en contact dans l’entrelangue» 25 e che, nel passaggio attraverso il sistema eteroglotto, si costituisce in nuce in riferimento a un doppio codice, producendo quello che è stato definito come «effetto-traduzione». La pratica compositiva leopardiana, con la sua peculiare modalità di risemantizzazione dell’unità eteroglotta inserita nel testo italiano, si colloca dunque pienamente in questa dinamica, in quanto coglie e sfrutta l’essenza stessa dell’effetto-traduzione. Questo, infatti, non si caratterizza soltanto quel genere particolare di testi che sono appunto le traduzioni, ma «anche quei testi originali (non tradotti) volutamente scritti in una lingua diversa o in costante riferimento a codici linguistici diversi» 26 . Testi nei quali la «traccia dell’interlingua che sta alla base dell’effetto-traduzione, viene talvolta usata intenzionalmente – cioè senza necessità del tradurre – e nella propria lingua, dal poeta» 27 . Infatti, sebbene prenda definitivamente e compiutamente forma in uno soltanto dei due codici, di questo passaggio nello spazio interstiziale dell’entre-deux il testo conserva una memoria. Da tale lavoro di tessitura ai margini, ai limiti estremi della lingua, «da quel suo carattere duplice, da quella traccia conservata dell’entre-deux interlinguistico, nasce l’effetto-traduzione» 28 . Questi testi aperti e intrinsecamente dialogici – si possono considerare come redazioni provvisorie «d’un texte à venir dans une langue donnée» 29 , i cui segni visibili restano inscritti nei tentativi dell’autore di mettere a frutto il “surplus” semantico apportato dall’effetto-traduzione, e descrivono «un tâtonnement (brancolamento) dans toutes les composantes du texte futur (à travers ses diverses isotopies possibles)» 30 . Tuttavia, ciò non deve far pensare a meri testi di servizio, puramente propedeutici a una produzione ‘maggiore’: al contrario, accade, infatti, che «le tâtonnement lui-même devienne d’ailleurs l’œuvre; ou ne lègue au récepteur que des fragments de l’œuvre; ou laisse apercevoir, à côté de celle-ci, l’autre chemin possible» 31 . Tale è il caso, per esempio, dei molti, cruciali brani dello Zibaldone – testo aperto e potenziale per eccellenza –, intessuti di unità lessicali francesi e caratterizzati da una grande intensità filosofica e tensione espressiva.

In ultima analisi, infatti, l’effet-traduction consiste, citando ancora Vegliante, nel «faire “dire” à une langue, jusqu’à sa limite, ce que l’entre-deux interlinguistique donne à “penser”» 32 . Se «con la parola l’idea prende corpo», risulta evidente, allora, come una nozione, un concetto, incarnati nel corpo di un’altra lingua, spalanchino di fatto il senso di un’altra nozione, un altro concetto.

Ci si avvicinerebbe in tal modo all’orizzonte della “traduzione totale”, teorizzata da Peeter Torop negli anni ’60: una prospettiva limite verso cui tendere asintoticamente nella misura in cui tradurre un’altra lingua significa sempre tradurre un immaginario, un universo sensoriale, cognitivo, culturale altro dal proprio. In questo universo il traduttore entra e soggiorna, accettando di vivere un’esperienza di spaesamento e di conflitto (per evocare un termine di terraciniana memoria 33 ) che è inevitabile rovescio di quella ospitalità della lingua (spesso evocata da Antonio Prete), condizione preliminare e imprescindibile di qualunque incontro. In questa esperienza dell’altro da sé, di perdita – sebbene momentanea e transitoria – della propria identità linguistica nel contatto radicale (cioè, non soltanto del parlare o dello scrivere, ma finanche del pensare, «perché noi pensiamo parlando», o del sognare) con l’altro codice, il traduttore dimentica, per un «attimo di straniamento» che accompagna l’esperienza piacevolmente traumatica di «choc dell’altro da sé» di cui ha parlato Franco D’Intino 34 ), le familiarità, i condizionamenti, le idées reçues del proprio sistema linguistico-culturale. Poiché, «solo l’immersione nella significazione consente di poter creare di nuovo, insieme, espressione e contenuto del “diverso”» 35 , al di là di ogni illusoria identità o equivalenza  nella lingua materna: sulla quale poi tornare, per ritrovarla più ricca – ri-conoscerla con maggiore profondità nell’altra. La lingua, o il testo, che si cancella nell’operazione traduttiva non è quella dell’originale – che risulterebbe oscurato nella lingua e nel testo della traduzione – bensì quella propria del traduttore. Egli può operare quella “trasformazione inevitabile”, che la tra(ns)duzione necessita e implica, soltanto a condizione di uscire dal proprio codice per ri-conoscersi nell’altro, per poi, attraverso questo passaggio, tornare al proprio, che non sarà più quello iniziale né quello del testo di partenza, bensì una nuova lingua: quella della traduzione.

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Questo peculiare tipo di scrittura sorge in uno spazio intermedio, interstiziale tra le lingue, delineato da J.-Ch. Vegliante come entrelangue: spazio mobile e indefinito, terrenoprivilegiato della creazione linguistica in simultaneo riferimento a due o più sistemi. In esso, ossia nel processo di significazione, «il traduttore interviene non sul “senso” ma in un entre-deux interlinguistico che gli è molto vicino - come se il senso fosse percettibile solo attraverso il movente e il molteplice.» 36 . Tale «situazione di movente duttilità, nel sistema doppio che l’interlingua consente, può diventare un “di più” rispetto ai limiti obbligati di ogni sistema linguistico» 37 . Respiro di una scrittura – o di suoi frammenti – che si forma e si muove ai margini di ciascun codice, in uno spazio labile d’interferenza e di unisono fra i due, «comune a tutte le lingue ma in via di costituzione per (e in) un’opera particolare (in una lingua particolare)» 38 .



1 - Le citazioni sono entrambe dallo Zibaldone,d’ora in avanti abbreviato con Zib., alla pagina 3867 dell’autografo (soltanto la numerazione di quest’ultimo sarà qui e in seguito riportata). L’edizione da cui si cita è quella diretta da Lucio Felici (Roma, Newton&Compton, 2001) con una premessa di Emanuele Trevi, gli indici filologici e l’indice tematico e analitico a cura di Marco Dondero e Wanda Marra. L’edizione segue il testo critico stabilito da Giuseppe Pacella (Zibaldone, Milano, Garzanti, 1991, 3 voll.), di cui sono conservate anche le caratteristiche grafiche (abbreviazioni, accenti, ecc.), accogliendo tuttavia alcuni emendamenti di Rolando Damiani (Zibaldone, Milano, Mondadori, 1997, 3 voll).

2 - Franco D’Intino, «Il gusto dell’altro: la traduzione come esperienza straniera in Leopardi», in Hospes. Il volto dello straniero, a cura di Alberto Folin, Venezia, Marsilio 2003, pp. 147-158, p. 158

3 - Giovanni Gentile, Frammenti di estetica e di letteratura, Lanciano, Carabba, 1921, p. 373. Così anche Bertil Malmberg, per il quale il conoscere «impliquerait donc toujours et nécessairement confronter une structure avec une autre, établir des identités et des correspondances, des parallélisme et des impénétrabilités» (Bertil Malmberg, «Observations théoriques sur la traduction», in La traduzione. Saggi e studi, a cura di Giuseppe Petronio,Trieste, Lint, 1973, pp. 3-4).

4 - Cfr. Henri Meschonnic, «Propositions pour une poétique de la traduction», in Id., Pour la poétique II. Épistémologie de l’écriture, poétique de la traduction, Paris, Gallimard, 1973, pp. 305-23, p. 306 e ss. (trad. it. di M. Conenna e D. D’Oria, Proposizioni per una poetica della traduzione, in “Il lettore di provincia”, n. 44, 1981, pp. 23-31; ora anche in Teorie contemporanee della traduzione, a cura di S. Nergaard, Milano, Bompiani, 1995, pp. 265- 281).

5 - Jean-Charles Vegliante, «Tradurre la poesia, ossia scriverla», in Id., D’écrire la traduction, Paris, Presses de la Sorbonne Nouvelle, 19962, pp. 63-79; p. 64.

6 - H. Meschonnic, «Introduction», in Poétique du traduire, Paris, Verdier, 1999, p. 10.

7 «Pour la poétique, la traduction n’est ni une science, ni un art, mais une activité qui met en œuvre une pensée de la littérature, une pensée du langage» (ibidem, p. 18).

8 - Sul neologismo, coniato da Vegliante per distinguere opportunamente quest’idea da quella, tuttora assai diffusa, di traduzione come trasporto, si rinvia alla monografia di saggi di J.-Ch. Vegliante, D’écrire la traduction, cit. (cfr. n. 5).

9 - «La pratica del tradurre può sola, con l'appoggio della teoria linguistica, aiutarci a dominare la relazione tra espressione e contenuto anziché venirne sopraffatti, e ad avvicinare il processo di enunciazione creativa sul suo nascere. A sfuggire alla fissità del segno.» (J.-Ch. Vegliante, «Tradurre la poesia, ossia scriverla», cit., p. 72).

10 - Ibidem p. 64.

11 - Ibidem, p. 71.

12 - Ivi.

13 - Ibidem, p. 72.

14 - «Questa competenza, di bi-plurilinguismo cosciente riflesso (vedi metalinguaggio), gli consente di intuire, nel loro (e dal loro) confronto, i processi di formazione dei segni diversi.» (J.-Ch. Vegliante, ivi).

15 - Antonio Prete, All’ombra dell’altra lingua. Per una poetica della traduzione, Torino, Bollati Boringhieri, 2011, p. 45.

16 - Il primo nel suo studio «Sopra il ritratto di una bella donna» [1977-1987], in Id., Nuovi saggi italiani, Milano, Garzanti, 1987, vol. 2, pp. 56-85 e poi nel più noto «Traduzione e rifacimento», in Id., Saggi italiani, Bari, De Donato, 1974, pp. 332-350; il secondo nell’acutissimo «Per la storia di un'imitazione», confluito nella raccolta di saggi Il chierico organico. Scritture e intellettuali, Milano, Feltrinelli, 2000, pp.120-125.

17 - Essi sono: il Dialogo tra il passeggero e la tortora, il brevissimo Sopra l’antichità delle stirpi e le due versioni (1810 e 1812) dell’Epigramma in francese in morte di Federico Secondo, Re di Prussia.

18 - In accordo con quanto rilevato e ipotizzato da Maria Corti («I semi della poesia leopardiana nei cosiddetti “puerilia”», in Omaggio a Leopardi, Abano Terme, Francisci, 1987, I, p. 283), è ben probabile in effetti un ruolo di primo piano del Vogel - figura di forte presa affettiva e dunque pedagogica - nella formazione di quel rapporto privilegiato e complesso che il poeta recanatese intrattenne con la lingua francese (attaccamento, ambivalenze, ecc.), oltreché di correttore delle versioni giovanili.

19 - Su questo tratto specifico, si veda Teresa Poggi Salani, «Leopardi critico della propria lingua», in Lingua e stile di Giacomo Leopardi. Atti dell’VIII convegno internazionale di studi leopardiani (Recanati 30 settembre - 5 ottobre 1991), Firenze, Olschki 1994, pp. 335-348.

20 - A una maggiore densità dei primi anni con apice nel ’21 (che registra un picco di 39 occorrenze), segue il brusco crollo del ’22 (solo 9 occorrenze, pari a quelle delle pagine non datate) e poi il netto recupero del ’23 (34 occorrenze). Al minimo assoluto del ’24 (che conta solo 2 occorrenze), risponde la ripresa del triennio ’26-’28 (una decina di occorrenze si registrano sia nelle pagine bolognesi del ’26, sia in quelle del ’27 e del ‘28), prima della flessione finale del ’29 (con soltanto 3 occorrenze).

21 - E del resto non sarà forse inutile ricordare in questo senso che il Discorso, appartenente a quel piccolo genere letterario sette-ottocentesco della descrizione dei caratteri nazionali, ha alle spalle il romanzo epistolare Corinne ou l’Italie di Mme de Staël (1807), che lo stesso Leopardi cita fra i principali riferimenti e modelli.

22 - Marco Dondero, Leopardi e gli italiani. Ricerche sul “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani”, Napoli, Liguori, 2000.

23 - Zib., 95 (corsivi nostri).

24 - J.-Ch. Vegliante, «Quelle théorie, pour quelle traduction ?», in Id., D’écrire la traduction, cit., pp. 39-62; p. 44.

25 - Ibidem, p. 55.

26 - J.-Ch. Vegliante, «Tradurre la poesia, ossia scriverla», cit., p. 75.

27 - Ibidem., p. 74.

28 - Ivi.

29 - J.-Ch. Vegliante, «Quelle théorie, pour quelle traduction ?», cit., p. 57.

30 - Ivi.

31 - Ivi.

32 - J.-Ch. Vegliante, «Quelle théorie, pour quelle traduction ?», cit., p. 45.

33 - Benvenuto Terracini, Conflitti di lingue e di cultura; introduzione di Maria Corti, Torino, Einaudi, 1996 (cfr. sprtt. il saggio «Il problema della traduzione», particolarmente pertinente e significativo per il discorso qui svolto).

34 - F. D’Intino, «Il gusto dell’altro…», cit., pp. 157-158.

35 - J.-Ch. Vegliante, «Tradurre la poesia, ossia scriverla», cit., p. 74. Ma, precisa lo studioso, «l’attenzione rivolta […] all’enunciazione e alla significazione come processo non cambia nulla al risultato finale, fissato per sempre in un determinato enunciato, con una particolare espressione legata ad un particolare contenuto.» (ivi).

36 - Ibidem, p. 73.

37 - Ibidem, pp. 74-75. Del tradurre come ricognizione del tesoro della propria lingua ha del resto scritto anche Antonio Prete, nel suo libro All’ombra dell’altra lingua. Per una poetica della traduzione, cit. (cfr. n. 15).

38 - Ibidem, p. 73.