Recensioni

Emanuele Severino, In viaggio con Leopardi. La partita sul destino dell’uomo, Milano, Rizzoli, 2015, pp. 221.

 

 

Antonio Panico

ant.panico90@libero.it

 

 

Titolo e sottotitolo di quest’ultimo lavoro di Severino su Leopardi (si ricordino Il nulla e la poesia. Alla fine dell’età delle tecnica: Leopardi e Cosa arcana e stupenda. L’Occidente e Leopardi, pubblicati da Rizzoli, rispettivamente nel 1990 e nel 1997, che possono essere considerati, nella loro unità, una delle maggiori e più rigorose interpretazioni filosofiche dell’opera leopardiana) sono già una chiara indicazione dell’idea di fondo del testo. Si tratta di un viaggio che l’autore fa con il poeta e filosofo di Recanati, di cui riconosce a gran voce che «non solo è tra i geni più grandi, come poeta e come filosofo, ma che la sua filosofia ha la capacità di portare al tramonto l’intera tradizione dell’Occidente», dal momento che, prima di Nietzsche, «apre la strada al tempo della ‘morte di Dio’», quello che abitiamo oggi (p. 19). Di qui, si comprende il senso della partita sul destino dell’uomo: una partita a scacchi (che richiama quella giocata tra Antonius Block e la Morte ne Il settimo sigillo, capolavoro di Ingmar Bergamm del 1957) tra un Giocatore Bianco, che rappresenta l’intera tradizione occidentale, che nasce con i greci e giunge al Cristianesimo e ha la sua ultima espressione nel pensiero di Hegel, e un Giocatore nero, di cui Leopardi, insieme a pochi altri, incarna l’intima essenza (cfr. pp. 9-10). Una partita che, però, è giocata anche da un Terzo Giocatore, che esprime invece il pensiero stesso di Severino: giocatore che «a differenza degli altri due che giocano sulla stessa scacchiera, … indica lo Sguardo che vede qualcosa di mai visto dalle sapienze dei mortali» (p. 12), lo sguardo che, negli scritti di Severino, è chiamato il «destino della verità» (pp. 12-13).

Il Terzo Giocatore guarda giocare gli altri due: egli interverrà soltanto a partita inoltrata, per mostrare che essi hanno giocato per più di due millenni sulla scacchiera dell’«Errare estremo», su quel «sostegno su cui si appoggia e di cui si alimenta tutto l’errare e la violenza della civiltà occidentale e ormai di tutta la Terra» (p. 183). Ai suoi occhi, la partita è giocata «all’interno della fede nel diventar altro» (p. 55). Ma cos’è questo diventare altro in cui i due protagonisti della partita decisiva sulle sorti del nostro tempo hanno fede? Bisogna partire da lontano. Da sempre l’uomo per vivere ha bisogno di agire e di trasformare il mondo che lo circonda. Egli deve continuamente diventare altro. Il peccato di Adamo ed Eva nel paradiso terrestre consiste nel voler diventare Dio, il serpente infatti dice loro: «eritis sicut Deus» (Genesi, 3,5). La volontà di vivere implica sempre il diventare altro. Il diventare altro diviene dunque l’evidenza suprema e imprescindibile. L’uomo scorge da subito che l’essenza del diventare altro è la morte: egli si accorge di morire, che muore ciò che gli è intorno, che tutte le cose muoiono. Tutto ciò genera in lui l’angoscia. L’uomo uccide Dio per poter vivere, per diventare altro, e per l’angoscia generata in lui dal diventare altro, dalla morte in cui il diventare altro essenzialmente consiste, richiama Dio per trovare il rimedio contro di essa. Dio allora viene ad essere la dimensione in cui tutto deve fare ritorno, la potenza suprema, la salvezza dall’angoscia e dalla morte. Così sente e si esprime il mito. Ma il tempo del mito tramonta, irrompe il tempo del sapere filosofico, comincia a giocare il Giocatore Bianco. La vittoria sulla morte è troppo importante per poter essere affidata al mito e alle sue forme (l’immaginazione, la fantasia, l’illusione, in ultimo la poesia). La filosofia (figlia di tháuma – termine che Severino ha sempre tradotto non con ‘meraviglia’ ma con ‘angosciato stupore’, appunto l’angoscia di cui sopra) salva l’uomo dalla morte non con l’illusione ma con l’epistéme della verità: tutto il lavoro della filosofia consiste nel portare alla luce il contenuto di una dimensione e di un sapere che ‘sta’ al di sopra e al di là di tutto e che non può essere intaccato né dagli uomini, né dagli dèi, né da nessun dio onnipotente. L’epistéme della verità si identifica ben presto con l’Essere stesso, oltre il quale c’è il nulla, l’assolutamente nulla. Evocando la forma estrema del diventare altro, la morte o il nulla assoluto, la filosofia evoca anche la forma più potente di rimedio e di salvezza possibile: l’Essere immutabile ed eterno che da sempre e per sempre contiene e conserva tutte le cose, di cui la dottrina platonica delle idee è storicamente la prima grandiosa espressione (cfr. cap. 4).

Fin qui il Bianco. Ma appena il Giocatore Nero comincia a muovere i suoi pezzi, appare subito chiaro che a vincere la partita sarà lui (almeno momentaneamente). Il Giocatore Nero è Leopardi: sorprende che sia soltanto un ragazzo che ha poco più di vent’anni. Il Giocatore Nero non mette in discussione la fede nel diventare altro: egli conosce a fondo il nulla («io era spaventato nel trovarmi in mezzo al nulla, un nulla io medesimo. Io mi sentiva come soffocare considerando e sentendo che tutto è nulla, solido nulla» – Zib. 85), è ben consapevole della «fatale e sensibile evidenza» della «vanità di tutte le cose» (Zib. 141), sa che nessuna cosa è «più manifesta e palpabile, che l’infelicità necessaria di tutti i viventi» (Dialogo di Timandro e di Elaeandro). Egli vince la partita partendo dalla stesse premesse del suo avversario. La differenza estrema tra i due giocatori è che mentre per il Bianco il diventare nulla e da nulla sarebbe impossibile se non esistesse un Essere immutabile, per il Nero, invece, il diventare nulla e da nulla sarebbe impossibile se tale Essere esistesse. Leopardi individua nell’Idea di Platone l’emblema dell’Essere immutabile e giunge alla sua distruzione: «le cose stanno così, perché così stanno, e non perché così debbano assolutamente stare» (Zib. 1339-40), non esiste un «tipo assoluto, universale, immutabile, necessario, naturale, preesistente» (Zib. 1187), non c’è un modello cui le cose devono necessariamente adeguarsi; «distrutte le forme Platoniche preesistenti alle cose, è distrutto Iddio» (Zib. 1342); ne segue, allora, che «il principio delle cose, e di Dio stesso, è il nulla» (Zib. 1341). Leopardi annuncia la necessità della ‘morte di Dio’ più di mezzo secolo prima dell’‘uomo folle’ di Nietzsche. L’Idea, l’Eterno, il Dio-Natura del Cristianesimo (secondo l’originalissima interpretazione leopardiana del Genesi biblico di Zib. 393-452) non esistono e non possono esistere, sono soltanto il contenuto di una immensa ed erronea illusione, restano distrutti. Il genio filosofico di Leopardi mette l’Occidente, il Giocatore Bianco sconfitto, di fronte al fatto compiuto: l’infelicità necessaria, la vanità, la nullità dell’uomo e di tutte le cose (cfr. cap. 5).

La partita, però, non è ancora finita. A giocare, dicevamo, è anche un Terzo Giocatore, Severino stesso. I capitoli finali del libro mostrano la sua mossa vincente, lo scacco matto definitivo ai Giocatori del diventar altro (il Bianco e il Nero accomunati dalla fede nel divenire), l’ultima parola sull’uomo. Finito il viaggio con Leopardi, oltrepassando anche la «vetta della contemplazione» di Nietzsche (pp. 165 ss.), Severino percorre l’ultimo tratto di strada da solo. Egli esprime qui il nucleo essenziale del suo pensiero filosofico: l’ultima parola è il «de-stino della Verità» (p. 183), l’«apparire dell’essere sé e non altro da sé degli essenti in quanto tali» (p. 185), in altre parole, l’«eternità di ogni essente» (p. 185). Quando la legna diventa cenere (e il divenire è sempre in qualche modo legna che diventa cenere, secondo l’esempio classico di Severino), noi vediamo il suo variare, il suo graduale trasformarsi in cenere, ma non vediamo il suo diventare nulla, cioè non facciamo mai esperienza del suo annullamento. Il diventare nulla è dunque il contenuto di una mera teoria basata sull’errata convinzione che le cose vengano dal nulla e ritornino nel nulla (quando in verità non abbiamo mai constatato che le cose sono da sempre nulla prima di essere e ritornano ad essere per sempre nulla dopo essere state), di un’interpretazione che distorce il senso della realtà, appunto di una fede che impedisce di vedere che nel «destino della verità» appare necessariamente l’«esser sé-e-non-altro-da-sé degli essenti» (p. 196), l’eternità di tutte le cose. Il Terzo Giocatore smaschera così l’«essenza del nichilismo» (p. 197) in cui hanno creduto sia il Bianco che il Nero (e anzi quest’ultimo ha conferito ad esso la sua forma più rigorosa), dichiara la sua impossibilità, quell’impossibilità che è il senso autentico dell’eternità di ogni essente (cfr. i capp. 18-21).

Alla luce di quanto abbiamo detto finora, capiamo che il percorso di Severino su Leopardi (e ci possiamo riferire, qui, a tutte e tre le sue opere sul poeta di Recanati) assume una posizione del tutto particolare all’interno della bibliografia leopardiana: non si tratta, cioè, soltanto di una delle possibili interpretazioni critiche tra le altre. Nel pensiero di Severino, tra i più audaci nello scenario contemporaneo, Leopardi è tra gli autori imprescindibili, un momento di confronto essenziale, una delle tappe decisive. Non si può entrare nel merito delle tesi leopardiane di Severino se non si guarda al complesso della sua opera, cioè se non si tiene conto delle premesse, degli sviluppi e delle conclusioni di una riflessione che investe tutto il pensiero filosofico occidentale.

Al tempo stesso, però, si può sfruttare il viaggio che egli ci propone in compagnia di Leopardi come occasione per comprendere più a fondo quest’ultimo, per riconsiderare le ragioni di una filosofia e di una poesia che oggi più che mai bisogna custodire e ascoltare, per ridare a uno dei massimi filosofi e poeti italiani della modernità il posto che gli spetta di diritto. Severino ha il merito di averlo riconosciuto con più forza e insistenza di molti altri, anche di quegli stessi leopardisti che il più delle volte si ostinano a circoscrivere (dunque, a limitare!) il Recanatese nel perimetro pur fondamentale della lingua e della letteratura e che perciò non riescono a scorgerne la potenza filosofica. Attraverso le pagine di Severino, la sua serrata discussione dei testi leopardiani (e soprattutto di quell’ipertesto che è lo Zibaldone, cui egli si riferisce col titolo di Pensieri, per evitare che possa dare l’idea di una mera «vivanda composta da svarianti ingredienti» (p. 19)), quella potenza filosofica riesce ad emergere.

Vale la pena allora di sottolineare, in questa sede, alcuni tratti della lettura leopardiana che Severino ci offre in questo libro che ci sembrano particolarmente rilevanti.

In primo luogo, la complessità del concetto di natura (cfr. cap. 3). Severino mostra come nel linguaggio leopardiano la parola ‘natura’ ha una molteplicità di significati che si intrecciano tra di loro senza mai confondersi (ne viene che la contraddittorietà di alcune posizioni leopardiane è soltanto apparente, cioè sorge soltanto laddove non si è in grado di individuare la varietà delle sfumature concettuali del lessico leopardiano e di tenere insieme i vari fili dell’unico discorso che egli costruisce). Severino considera tra essi: a) la natura rerum della tradizione filosofica, «la natura delle cose» che «porta che tutto esista limitatamente e tutto abbia confini, e sia circoscritto» (Zib. 165), ossia la natura come verità; b) la natura che si identifica con la vita e l’esistenza di tutti gli esseri, la stessa volontà di vita e di esistenza, cioè di piacere, amore di sé, felicità (cfr. Zib. 3813-15), ossia la natura come illusione; c) la natura che spinge a piangere i morti quando si sente e si sa che non si rivedrà mai più la persona amata che è morta (Zib. 4277-79) e si riconosce in quel mai più il suo eterno diventare nulla (cfr. Zib. 644-45; 2242-43), ovvero la natura come sentimento; d) la natura in quanto condizione primigenia dell’uomo che però si altera e si corrompe diventando «seconda natura» e che spiega quella contraddizione tutta umana in cui consiste il suicidio (cfr. il Dialogo di Plotino e di Porfirio; ma è il Leitmotiv di tutto lo Zibaldone): dunque la natura come natura primitiva e come natura corrotta; e) la «natura crudel» che è come un «fanciullo invitto» che adempie solo i suoi capricci (cfr. Palinodia al Marchese Gino Capponi), la «dura nutrice» che in un attimo può annientare tutto ciò che la circonda, che dei mortali è «madre… di parto e di voler matrigna» (cfr. la Ginestra): si tratta del senso più noto della natura leopardiana, intesa come materia infinita ed eterna, ciclo perenne di produzione e distruzione di tutte le cose (cfr. il Dialogo della Natura e di un’Islandese), forza oscura che non smette di fare e disfare gli infiniti mondi possibili (cfr. il Cantico del gallo silvestre); f) infine, la «nobil natura» del genio poetico che «a sollevar s’ardisce/ gli occhi mortali incontra / al comun fato, e che con franca lingua, / nulla al ver detraendo, / confessa il mal che ci fu dato in sorte, / e il basso stato e frale» (La ginestra, vv. 111-17): la natura che risiede nella stessa ginestra che cresce alle pendici del Vesuvio e che resiste al deserto. Una complessità che attesta, come si vede, tutta la profondità del filosofare leopardiano.

In secondo luogo, la riflessione sulla tecnica (cfr. cap. 12). Per Severino, si tratta di una delle questioni cruciali del pensiero leopardiano e certamente è tra le più attuali. Corrotta definitivamente la natura, l’incendio della ragione (cfr. Zib. 22) conduce l’uomo sulla via del sapere e del progresso scientifico-tecnologico. Nella nuova «età dell’oro» (Palinodia al marchese Gino Capponi), nell’«età delle macchine» (Proposta di premi fatta dall’Accademia dei Sillografi), egli si fa espressione della potenza della ragione tecnica che pretende di guidare e dominare il mondo. Ma Leopardi sa che la tecnica è soltanto un’illusione (non figlia della natura, ma prodotto della barbarie della ragione). I versi della Ginestra sono espliciti in questo senso: la «dura nutrice» può in un attimo «annichilare in tutto» la civiltà della scienza e della tecnica, il «secol superbo e sciocco» può vedere «dipinte» nel deserto che il vulcano ha fatto attorno a sé «le magnifiche sorti e progressive» dell’umanità, il deserto è ciò che resta al di là dell’illusorietà della tecnica.  

Infine, il tema della nobile natura (cfr. in particolare il cap. 8). Nonostante tutto, in Leopardi c’è ancora una possibilità, una speranza affidata a chi non si arrende, una salvezza possibile. Bisogna ritornare alla natura: «la nostra rigenerazione dipende da una… ultrafilosofia, che conoscendo l’intiero e l’intimo delle cose, ci ravvicini alla natura» (Zib. 115). Bisogna avere la capacità di dimenticare, di riattivare il meccanismo delle distrazioni, di riuscire nuovamente ad illuderci. In questo senso, dobbiamo diventare ultrafilosofi: conoscere la verità e tuttavia superarla, sapere e fare come se non sapessimo, aggrapparci alla «radice vigorosissima» delle illusioni che ogni volta ritornano (Zib. 213-17). Bisogna affidarsi alla poesia: nel tempo della ragione dispiegata, l’unico rimedio contro la nullità delle cose è la potenza del canto che la esprime e la vince, l’unità di poesia e filosofia nella voce del genio che si unisce a quella di tutti gli uomini, la nobile natura del «fior gentile» che col suo «profumo» consola il deserto (La ginestra, vv. 32 ss.), in cui Severino scorge il punto più alto dell’opera leopardiana e il senso autentico del suo messaggio. Non la poesia moderna, romantica, spiritualistica, ma la poesia degli antichi, la poíesis che è ‘produzione’, azione, vigore, che soltanto la nobile natura può far rivivere. La poesia che ascolta il corpo e che nel corpo intravede l’ultima occasione di riscatto.