Recensioni

Massimo Donà, Misterio grande, Milano, Bompiani, 2013, pp. 316

 

 

Jonathan Righi

jonathan.righi@hotmail.it

 

 

Il volume di Massimo Donà si inserisce a pieno titolo fra i contributi più significativi che, muovendo da una prospettiva filosofica, hanno affrontato il complesso e quanto mai affascinante sistema leopardiano. Il testo si presenta suddiviso in quattro sezioni principali, variamente divise al loro interno e accompagnate da un folto corpus di note esplicative. Alla fine dell’Introduzione è presentato il piano complessivo dell’opera: nella prima parte viene analizzato il rapporto fra il pensiero di Leopardi ed il contesto illuministico e libertino in cui venne a formarsi; nella seconda parte l’autore si focalizza sulla discussa e contraddittoria concezione leopardiana del Cristianesimo; nella terza parte, invece, si approfondisce la visione che il poeta maturò su arte, poesia e piacere; infine, nella quarta ed ultima parte, si discute dell’irrisolvibile ‘aporeticitàʼ alla base del concetto di ‘nulla’ leopardiano.

Sin dall’introduzione Donà affronta l’irrinunciabile questione sulla legittima appartenenza del pensiero leopardiano alla rosa delle più importanti filosofie del pensiero occidentale. Per questo compito richiamerà i contributi di Nietzsche, De Sanctis (e del suo scientismo), Antonio Prete, Cesare Galimberti, Mario Andrea Rigoni e Emanuele Severino.

Si apre quindi la prima parte, Leopardi e il libertinismo: una certa idea del piacere, che inizia ricordando come Leopardi postuli primariamente il piacere alla base di ogni manifestazione umana, di ogni sua attività e come allo stesso tempo lo vincoli alla dimensione dell’impossibile. Qui la prima contraddizione: se da una parte ogni animale è condannato alla ‘ricerca del piacereʼche naturalmente lo guida e motiva, dall'altra la Natura, in sé stessa, non sarebbe partecipe di tale ricerca, pur finalizzandovi ogni sua creazione. Questa contraddizione è usata dall’Autore per approfondire il tema del principio di piacere. Donà scorge una similitudine fra la concezione leopardiana di piacere ed il pensiero del libertinismo del XVIII secolo: come ad esempio in de Sade, così in Leopardi l’uomo è condannato alla ricerca di un piacere irraggiungibile che si erge come unica motivazione fondamentale. La Mettrie, Toland, Condillac, tutti forniscono elementi alla comprensione dell’uomo leopardiano ed al suo desiderare «il piacere e non un piacere» (p. 24), un uomo spinto ad abbracciare tutta l’estensione della possibilità di ottenerlo, nonostante questo «sia cosa vanissima sempre» (Zib. 166). Da qui il collegamento alle illusioni che, figlie dell’immaginazione, sole possono lenire e sollevare l’uomo dalla sua infruttuosa e continua ricerca. Le stesse illusioni sarebbero tuttavia lontane dall’uomo di conoscenza, il quale – poiché «l’immaginazione non può regnare senza l’ignoranza» (Zib. 168) – è inconsolabile sofferente fra i sofferenti. Donà descrive quindi un Leopardi radicalmente antiplatonista, che postula un desiderio di piacere naturalmente incompatibile col principio di non contraddizione, al punto che ciò che al desiderio pare possibile, è di fatto impossibile «agli occhi della ragione» (p. 30). È a questo punto che emerge una tesi centrale del pensiero leopardiano: «non v’è altro di reale che l’illusione» (p. 34), che solo la facoltà immaginativa può sentire e che in veste di fortunatissimo inganno permette di sperare nella realizzazione dei propri desideri. Siamo così portati dalla natura a confondere esistente e non esistente, da una natura che nella sua contraddizione diviene «misterio grande, da non potersi mai spiegare, se non negando […] ogni verità o falsità assoluta, e rinunciando in certo modo anche al principio di cognizione, non potest idem simul esse et non esse» (Zib. 4129). In questa prospettiva solamente arte e poesia, permettendo l’esercizio dell’immaginazione, condurrebbero alla conoscenza dell’inesistente, restituendo al soggetto il senso originario della «incommensurabile generosità della natura» (p. 53), dell’indeterminatezza che è esclusiva fonte di piacere. Questa la portata del pensiero leopardiano, che a ben dire Donà paragona a quella dei più grandi filosofi europei.

Nella seconda parte del volume, L’Aseità del mondo e il rapporto con il Cristianesimo, l’autore conduce un’analisi, ordinata in sei punti, di alcuni fra i temi più discussi della concezione leopardiana. Nel primo di questi, Oltre il piacere, finitudine contra infinitudine, è trattata la peculiare centralità che il principio di piacere ha occupato nei prodotti teorici dell’Ottocento e del Novecento; fra i vari autori citati emergono Verga, Montale e Freud. La filosofia leopardiana si sarebbe emancipata a tal punto dalla tradizione da imporsi come radicalmente anticristiana, lontana dalle concezioni bibliche di un reale preordinato alle manipolazioni dell’uomo, che è elettivamente legittimato da Dio a disporre del suo creato. Tale pensiero è ascrivibile, secondo Donà, più alle prospettive dell’antica Grecia che a quelle giudaico-cristiane di continua perfettibilità dell’uomo: in Leopardi, infatti, l’uomo appare da subito come naturalmente vincolato. Viene proposto infine il richiamo alla natura di Prometeo, esempio mitico di una infrazione originaria la cui folle volontà lo rivela «strutturalmente incapace di stare entro il segno della propria lira» (p. 76). Nel secondo punto, Leopardi e Prometeo, l’autore chiarisce come proprio il mito di Prometeo fornisca il fondamento alla «concezione ontologico-esistenziale del poeta marchigiano» (p. 77). Questi infatti, violando l’interdizione di Zeus e liberando l’uomo dalla morte, ha compiuto l’impossibile errore di cancellare la distinzione fra esseri divini e mortali. Come Prometeo, così l’uomo leopardiano passando di limite in limite, tende ad un suo sempre fallimentare superamento ed è dunque condannato alla stessa pena, l’immobilità. Il successivo punto, Leopardi e la noia, approfondisce la concezione leopardiana di ‘noia’, intesa come unica condizione possibile per scrutare il vero, per scoprire dunque che «nulla-è». La noia è produttrice, infatti, di una impossibilità ad agire attraverso cui si «acquista dappoco dappoco l’abito di operare al di dentro, di farsi compagnia da sé stesso, di pensare, di immaginare, di trattenersi insomma vivamente col proprio solo pensiero» (Zib. 1989). Tale noia coinciderebbe, dunque, con un «sentimento della nullità» (Zib. 2220), che è massimamente lontano dalla natura quanto più si lega a quell’immobilità ad essa è contraria. Questa passione, ricorda Donà, è ampiamente affrontata nel Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare, ed è proprio in quest’operetta che emerge il suo più particolare effetto: la noia «protratta nel tempo, insegna a confrontarsi con sé stessi» (p. 111), «ringiovanisce l’animo, ravvalora e rimette in opera l’immaginazione». Nel quarto punto, Leopardi e Dio, è presa nuovamente in esame la determinatezza della natura umana, che per Leopardi costituisce il terreno in cui domina e si giustifica il ‘principio di non contraddizione’. L’idea cristiana di perfettibilità nel suo continuo tendere all’infinitudine divina nasconderebbe allora una sola e semplice conclusione, la consapevolezza «di non essere Dio» (p. 119). Donà riscontra allora una consonanza fra il pensiero di S. Agostino e quella che in Leopardi sarebbe la concezione di un Dio che è infinita possibilità. Nella visione leopardiana tuttavia, l’uomo, ben lontano dall’essere divinamente prediletto, sarebbe obbligato ad ammettere la sua natura imperfetta e infelice, in un creato nel quale ogni altro essere sarebbe invece capace di conseguire un certo grado di perfezione relativa. In questo scenario la religione avrebbe avuto il pregio di aver dimostrato alla ragione la sua «costitutiva imperfettibilità» (p. 128); lo stesso Leopardi ricorda che «il Cristianesimo, divinizzando la ragione e il sapere, non si oppone affatto al mio sistema che divinizza la natura nemica della ragione e del sapere» (Zib. 411). Nel quinto punto Donà affronta poi il tema dell’uomo leopardiano che è destinato a perseguire non già un fine, quanto il fine ultimo, che tuttavia non potendosi manifestare nella forma dell’ente, rivela una grande limitazione. Il nostro stato di affannosa ricerca porterebbe alla percezione di un vasto senso di mancanza; è Dio che in quanto perfezione assoluta permette la percezione di un tale divario: «questa è tutta la perfettibilità dell’uomo, conoscersi incapace affatto a perfezionarsi» (Zib. 407). Leopardi stesso chiarisce: «considero dunque iddio […] come racchiudente in sé stesso tutte le possibilità, ed esistente in tutti i modi possibili», e dunque se «nessuna cosa è assolutamente necessaria» allora «il principio delle cose, e di Dio stesso, è il nulla» (Zib. 1341). In altre parole, nulla può giustificare l’essere di Dio, ed in tal senso è assoluto e perfetto, libero da ogni necessità. Allo stesso tempo, essendo sempre altro da ogni determinazione (nulla), si costituirebbe nell’uomo come illusorio, in quanto razionalmente «non potrà mai essere quello che è» (p. 162). Nel sesto ed ultimo punto, A proposito di alcune interpretazioni del “nulla” leopardiano, Donà ripercorre criticamente alcune interpretazioni su questo tema tanto discusso, tra cui quella di Sergio Givone che, come Emanuele Severino, avrebbe erroneamente considerato il nulla leopardiano come nulla ontologico, a questo riducendo il ben distinto nulla di senso. In Leopardi, al contrario, nulla preesisterebbe alle cose, e perciò tutto si troverebbe ad essere posteriore all’esistenza, muovendo solo a partire da questa.

Nella terza parte della sua opera, Il canto della mimesi, Donà affronta due argomenti principali: in un primo paragrafo, Dall’infelicità al piacere poetico, ripercorre il tema leopardiano della felicità originaria dell’uomo antico, mitico, al tempo della pura naturalità, ed approfondisce quella che è, a suo dire, la più importante differenza fra il Cristianesimo e la visione leopardiana. Entrambe le prospettive si fonderebbero, infatti, sull’idea di un peccato originario, ma, mentre per il Cristianesimo questo si costituirebbe in una «apparentemente innocua volontà di verità» (p. 183), per Leopardi il peccato sarebbe prometeicamente legato all’aver cercato l’infinito in una fallimentare «apprensione oggettivante» (p. 182), foriera della più profonda fra le infelicità. D’altronde la stessa apprensione «si svelerebbe come una volontà di conoscere, di de-terminare», gettando così un ponte fra le due prospettive (p. 183). È questa stessa volontà di conoscere ad aver costretto l’uomo all’infelicità, sebbene nella sua condanna possa godere comunque di una possibilità di salvezza, specie nel caso dell’uomo-poeta. Proprio il poeta, conoscendo il nulla di senso delle cose, attraverso la sua opera, renderebbe «esteticamente riconosciuta» (p. 189) l’esistenza, per questo più facilmente accettabile. Questa è, secondo Donà, la tesi più «sconcertante e nuova» (p. 188) del poeta marchigiano. La nullità sarebbe, al contempo, unica causa di infelicità e unica consolazione dell’anima: così che «la ragione ha bisogno dell’immaginazione e delle illusioni ch’ella distrugge, il vero del falso, il sostanziale dell’apparente, […] la geometria e l’algebra, della poesia» (Zib. 1839). Il secondo paragrafo, Per un’estetica dell’oltre-uomo, introduce il concetto di un’arte che, permettendo di liberarci dalla determinatezza, «riconduce l’essente alla sua originaria incompiutezza» (p. 213). Questo effetto sarebbe possibile solo in presenza di un’imitazione artistica (a condizione che sia buona e il meno possibile approssimativa), di modo che l’origine del diletto non sarebbe appunto il bello, ma l’imitazione stessa. L’esperienza estetica diverrebbe possibile solo liberandosi da quella indifferenzae insensibilità prodotta dalla cognizione del nulla. Il soggetto (artista o fruitore), dunque, non sarebbe più soggetto, ma tornerebbe invece a farsi cosa, proprio perché nel realizzare il suo atto mimetico egli ormai «è» la cosa imitata. È questa la transitoria condizione oltre-umana che illude l’uomo sulla sua stessa condizione.

La quarta ed ultima parte, La natura e il nulla, si apre con un ragionamento condotto sui limiti logici della negazione del ‘principio di non contraddizione’, che vedrebbe, come postulato da Aristotele, il negatore di tale principio divenire simile ad un vegetale. Sostanzialmente, il negatore «dice il proprio non dire alcunché, ossia dice il proprio essere tranquillamente paragonabile a quella forma di vita vegetale che ʽèʼ, ma non dice» (p. 239). Il ragionamento viene a complicarsi ulteriormente fino ad avvicinare nuovamente il tema della natura: Donà ricorda come in Leopardi si venga a stabilire un primato della natura sulla ragione, tanto che «la ragione è infinitamente meno forte ed efficace della natura» (Zib. 269). Così la stessa natura, perpetuamente in moto, si incontra ad una ragione che dal processo conoscitivo trae motivo di inattività e di placida indifferenza. Proprio in virtù di questa consapevolezza il filosofo invita a comprendere la propria impotenza, astenendosi dall’azione. Da precisare che il moto della natura, di piante e animali, è ben distinto dal movimento umano, che tende invece alla ricerca del fine dal cui soddisfacimento (inesauribile) dipende la felicità. Piante e animali, dunque, non soffrono, ed è a questo stato di «mancanza di dolore» (p. 251) che Leopardi guarda nel teorizzare un uomo ben consapevole di non poter essere che umano. Una soluzione è disponibile, «riconoscersi felici nell’infelicità» (p. 253), nei brevi attimi di quieta consapevolezza concessi, ad esempio, nell’esperire il bello e l’arte. Con questo, e con altri numerosi percorsi teorici sapientemente intrecciati, Donà fornisce un’interpretazione certamente indispensabile al fine di comprendere il sistema filosofico leopardiano, nella sua più intima complessità e nelle sue più sottili ramificazioni.